Fokker D.VI

Fokker DVII
Costruttore: Fokker Flugzeug-Werke
Tipo: Caccia
In ruolo dal: 1918
Motore:
B.M.W. D.III, 185 /220hp
Apertura alare 8.9 m
Lunghezza: 7 m
Altezza: 2.75 m
Peso a vuoto: 399 kg

Peso al decollo: 850 kg
Velocità massima: 200 km/h
Ceiling: 6000 m
Autonomia: 1½ h
Equipaggio: 1
Armamento: 2 Mitragliatrici Spandau da 7.9mm

 Il Fokker DVII

Il Fokker D VII fu probabilmente il miglior caccia realizzato durante la I Guerra Mondiale.
Nella seconda metà del 1917 i caccia alleati come gli SPAD III e gli SE5a, equipaggiati con motori in linea, avevano riguadagnato agli Alleati la superiorità aerea sul fronte occidentale.
Per recuperare le posizioni perdute, il governo tedesco invitò i costruttori aeronautici a realizzare prototipi di monoposto da caccia che sarebbero poi stati valutati al campo di Adlershof nel Gennaio 1918.
Tra 31 progetti presentati fu selezionato il Fokker V.11 (che diverrà il D VII quando sarà messo in produzione), anch'esso, come i caccia anglo-francesi, equipaggiato con motore con cilindri in linea raffreddato a liquido.
Il disegno di Reinhold Platz, capo progettista di Fokker, fu approntato giusto in tempo per la gara di Adlershof, il 21 Gennaio, e quindi Fokker ebbe pochissimo tempo per poterlo testare.
La prima commessa di D VII fu di 400 macchine.
Ma dal momento che le fabbriche di Anthony Fokker non sarebbero state in grado di soddisfare la produzione nei tempi richiesti, fu ordinato anche alla Albatros (grande rivale della Fokker) di produrre su licenza lo stesso velivolo.
I velivoli prodotti a Schneidemühl furono identificati come Fokker D VII(O.A.W.)
Il D VII cominciò ad essere distribuito ai reparti di caccia nell'Aprile del 1918.
Il caccia, inizialmente motorizzato con il Mercedes D.III da 160 hp, non si dimostrò pienamente all'altezza delle aspettative, segnando ancora il passo rispetto ai velivoli Alleati. Fu pertanto rimotorizzato con il BMW IIIa, capace di una potenza di 185 hp.
Con il nuovo motore il caccia di Platz divenne quasi imbattibile, ma purtroppo la BMW non potè fornire che una modesta quantità di motori, pertanto non tutti i D VII poterono essere rimotorizzati.
Il D VII equipaggiato con il motore BMW IIa venne designato con la sigla D VIIF.
Quando il Fokker D VII apparve sul fronte occidentale, i piloti Alleati inizialmente sottovalutarono il nuovo caccia, che a prima vista si presentava meno "accattivante", mancando delle linee filanti ed aggraziate degli Albatros.
Presto però dovettero ricredersi!
Il nuovo caccia divenne presto famoso per la sua capacità di "appendersi all'elica", tirando su il muso ben oltre l'incidenza di stallo, sorretto dalla potenza del motore, e quindi di poter sparare dal basso da una posizione che sino ad allora era stata proibitiva.
Oltre che dall'esuberanza di potenza fornita dal motore BMW, il D VII doveva questa sua caratteristica all'eccellente disegno delle ali, che permettevano di controllare l'aereo praticamente anche oltre l'incidenza di stallo.

Gli aerei di Antony Fokker

Anthony Fokker

Il Fokker E.III Eindecker fu il primo caccia costruito da Antony Fokker.
Derivato dai monoplani tipo "Bleriot", che nel periodo prebellico erano stati protagonisti di record e competizioni acrobatiche, il Fokker E.III fu il primo velivolo a montare una mitragliatrice sincronizzata con l'albero motore.
Il dispositivo fu probabilmente copiato da quello montato sul Morane Parasol di Roland Garros, atterrato intatto dietro le linee tedesche.
Il Fokker D-II fu l’immediata evoluzione dell’Eindecker.
Rispetto al monoplano il nuovo velivolo dell’ingegnere olandese si presentava più agile e robusto (le due ali controventate formano una struttura equivalente ad un’unica trave ove le due ali fungono da solette e le controventature da anima).
Nonostante le buone caratteristiche di volo il D-II non reggeva il confronto con gli Albatros D-II e D-III che gli vennero sempre preferiti.
Il D-II fu però un passaggio necessario per lo sviluppo dei disegni di Fokker che culmineranno con il D-VII.
Il Fokker DR-1 fu senz’altro il più famoso aereo mai costruito, entrato nella leggenda con il Barone Rosso, Manfred Von Richtofen.
Copiato dal Sopwith Triplane di
Herbert Smith, il Dr-1 aveva le sue armi vincenti nell’agilità eccezionale, caratteristica della compatta architettura triplana, l’ottima visibilità, l’assenza di supporti rigidi nelle controventature (che spesso venivano colpiti durante i duelli aerei) e nel favorevole rapporto potenza/peso, che gli conferiva un rateo di salita eccezionale.
Per contro soffriva di problemi strutturali, specie all’ala superire (quella dotata di alettoni di manovra) che lo fecero temporaneamente ritirare dal servizio tra il Settembre e l’Ottobre del 1917, quando a causa di cedimenti strutturali persero la vita diversi piloti, tra cui Heinrch Gontermann.
Il Fokker D-VI fu un ottimo caccia, derivato dal Dr.1, di vui manteneva la fusoliera e i piani di coda.
Ne vennero prodotti pochissimi esemplari, subito surclassati dal successivo progetto di Fokker, il D-VII.

Il Fokker D-VII fu probabilmente il miglior caccia tedesco utilizzato durante la guerra.
Il suo sviluppo fu curato personalmente, oltre che da Anthony Foker, dallo staso Manfred Von Richtofen, che lo testò sul campo sperimentale di Adlershoft.
Richtofen però morì prima che il D-VII venisse consegnato alle unità, e pertanto non potè mai pilotarlo in combattimento.
I primi D-VII non erano esenti da problemi: alcuni cedimenti strutturali delle ali durante picchiate ad alta velocità e surriscaldamento del serbatoio della benzina, che causò alcune esplosioni.

Risolti questi problemi il D-VII si mostrò potente, agile, robusto e facile da pilotare.
La versione equipaggiata con il motore BMW da 185 hp surclassava nettamente tutti i velivoli alleati.

Vincitore nell’Aprile 1918 di una ulteriore gara indetta dal governo tedesco per un nuovo caccia, il Fokker D-VIII non venne introdotto che durante le ultimissime settimane di combattimento e non ebbe quindi la possibilità di influire sulle sorti della guerra aerea.
Fu un Fokker D-VIII a riportare l’ultima vittoria aerea dell’intero conflitto.
La formula monoplana, ora possibile grazie all'adozione di parti strutturali in duralluminio, risultava più efficace diminuendo la resistenza dovuta alle controventature, ora ridotte al minimo, e, soprattutto, aumentava moltissimo il campo visivo, non più ostacolato dall'ala inferiore.
Si era insomma ritornati al Morane Parasol da cui si era partiti!

Leggi alcune pagine dal libro

Le manovre acrobatiche Tecnica di volo, atterraggio e decollo in montagna Le aviosuperfici e i ghiacciai atterrabili della Val d'Aosta e dell'Alta Savoia Parapendio e volo libero Il volo tra le montagne

       

DA QUALCHE PARTE TRA LE NUVOLE
Di Giulio Rabagliati, Da qualche parte tra le nuvole - edizioni De Ferrari - Genova
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